10/10/2008 - MARCO ANSALDO,
INVIATO A FIRENZE - LA STAMPA
INTERVISTA
AD ANGELO PERUZZI
Peruzzi:
"Dietro Buffon il vuoto, parare
non è di moda"
Gigi Buffon non è così
parruccone da ripetere, come Luigi XV, «dopo di me il diluvio» ma,
quando lui non c’è, nella Juve come in Nazionale è come ci fosse
l’acqua alta. In Italia non nascono più i grandi portieri. La prova
è che, domani a Sofia, Lippi manderà tra i pali Amelia, che ci ha
lasciato inorriditi sul gol di Del Piero, o lo scavalcherà dando
fiducia a De Sanctis, finito a Istanbul dopo la parentesi poco
esaltante in Spagna. Se questi sono il numero due e tre della
Nazionale, è normale che si parli di una crisi del settore e che si
preghi Sant’Alfonso Rodriguez, protettore dei portieri, perché
conservi a lungo la carriera di Buffon. «In effetti - ammette Angelo
Peruzzi, l’ex della Juve e della Lazio, entrato nello staff di Lippi
- la distanza tra Gigi e gli altri è notevole. Un po’ è colpa sua,
perché è il migliore del mondo per cui chiunque gli sia paragonato
ne esce male. Ma c’è anche una generazione con meno talenti che in
passato».
La colpa è dei troppi stranieri?
«Di sicuro tolgono spazio ai giovani ma se un ragazzo di qualità
come Fiorillo a 18 anni costa tre o quattro milioni capisco che un
club corra in Sudamerica e prenda a un milione un portiere già
formato. Basta farlo ambientare un po’, come ha fatto l’Inter con
Julio Cesar, e si sistema».
Allora da dove si deve cominciare?
«Dall’inizio. La crisi parte dai settori giovanili: ragazzini di 12
o 13 anni si bruciano in una domenica per un paio di errori. La
volta successiva non giocano più. Se ai miei tempi si fosse
ragionato così non avrei mai cominciato».
E cosa è cambiato?
«La pressione sugli allenatori che devono vincere per fare carriera.
A noi, da bambinetti, chiedevano soltanto di crescere, divertirsi e
imparare, a questi chiedono già il successo. Insieme ai tecnici ci
metto i genitori».
Cosa c’entrano?
«Una volta in porta ci andava il più scarso in attacco o chi aveva
la vocazione. Adesso molti spingono i figli a fare calcio perché un
giorno diventino milionari e, nonostante il fascino di figure come
Buffon, la speranza di avere in casa un Totti o Del Piero è più
forte. Un portiere di solito guadagna meno».
Qual è la prima regola da ripristinare?
«Al centro del calcio c’è il pallone: più lavori con quello e più ti
impratichisci nella presa, nel movimento dei piedi, eccetera. Invece
mandano i giovani in palestra, per potenziare braccia e gambe,
quando non sanno ancora tenere un pallone».
Un’altra regola tradita?
«Il divertimento. Sa quali sono le due paure inconsce che si
affrontano cominciando in questo ruolo? Il timore per il pallone che
ti arriva addosso e quello per la botta quando cadi a terra. Se ti
restano dentro, avrai un difetto per sempre. Perciò è importante
superarle da piccoli attraverso esercizi di gioco, non con le
esercitazioni noiose. È come per i difensori».
Cioè?
«Invece di buttarli in campo a marcare l’avversario, a 14 o 15 anni
devono già conoscere la "zona". Così crescono che sanno difendere
sempre meno».
Quanto pesa sulla crisi il cambio del regolamento?
«So di osservatori che vanno a guardare dei ragazzi, magari ben
messi nel fisico e con certe qualità, chiedendosi: "vediamo come se
la cava con i piedi". È la nuova moda. Un’idiozia. È come se
valutassi un’auto da comprare per l’autoradio».
Si potrà mai tornare indietro?
«Spero di sì, con il coraggio di valutare gli errori e
ricostruire una scuola italiana. Era la migliore perché fino a 20
anni fa soltanto da noi c’era tanta cura nell’allenare in questo
ruolo. In Inghilterra non avevano ancora il secondo portiere e nei
nostri staff già comparivano i preparatori specifici. Noi ci siamo
fermati, gli altri ci hanno copiato. Talvolta in meglio. Nei corsi
per allenatori a Coverciano si dovrebbe introdurre una
specializzazione: io ho giocato tanti anni ma non è detto che
l’esperienza basti a insegnare, come per Ancelotti, Capello o
Mancini non è bastata con i centrocampisti o gli attaccanti. Bisogna
tornare a scuola. E ripescare i vecchi insegnamenti
CONSIDERAZIONI
Ormai chi ci conosce sa che non è nelle nostre abitudini commentare
o sentenziare sulle opinioni altrui ma ad un certo punto ,quando
come in quest'ultimo periodo se ne sono sentite diverse sui portieri
italiani e sulla "fantomatica" scuola italiana ci è sembrato
doveroso,prendendo spunto da alcuni passi di questa
intervista,esprimere il nostro parere semplice e non
convenzionale.
Tutto quello che ci circonda in qualsiasi settore della vita negli
ultimi 15 anni ha avuto un'evoluzione esponenziale e il calcio nei
suoi aspetti tecnici-tattici-metodologici-gestionali non è rimasto
immune a questi cambiamenti. Venti anni fa c'erano i grandi portieri
non la grande scuola perchè quel tipo di calcio si sposava bene con
le metodologie di allenamento del periodo che erano spesso e
volentieri basate sull'empirismo. Ma potevano andare bene per il
ruolo che il portiere aveva nelle dinamiche della squadra. Oggi con
l'evoluzione del gioco non è più così. I compiti dell'estremo
difensore da un punto di vista tattico si sono evoluti
(indipendentemente se con i piedi si è campioni o meno) e a questa
evoluzione deve seguire di pari passo una evoluzione della
metodologia di allenamento .Una " scuola " che cosi si voglia
chiamare esiste quando vi è PROGRAMMAZIONE - ORGANIZZAZIONE-
METODOLOGIA nell'esposizione dei contenuti e nel
raggiungimento di obiettivi pedagogicamente validi che
conseguentemente abbia una valenza scientifica e sia più o meno
univoca su tutto il territorio. Questo oggigiorno non si ha
fondamentalmente per i seguenti motivi
1) Mancanza di preparatori nei settori giovanili preparati
sopratutta in quella fascia d'età dove l'apprendimento ha la sua "
fase sensibile " .Le capacità Coordinative che sono la base delle
abilità tecniche devono essere sviluppate al massimo entro i 14 anni
perchè in questa fase il nostro cervello è in grado di
comprendere,acquisire e automatizzare i più svariati schemi motori.
Con questo voglio dire che se il preparatore specifico arriva a 14
anni ormai è troppo tardi. Spesso le società sportive lasciano
questo compito formativo a "personaggi improvvisati" e quindi si
ricade nell'empirismo,e siamo di nuovo punto e a capo.
2) Mancanza di volontà degli organi federali di proporre "corsi di
formazione specifici" che abbiano fine formativo e non speculativo.
Non dimentichiamo che allenare nel settore giovanile ,visto il
periodo evolutivo,è molto più complesso che allenare un portiere
formato per cui il preparatore deve avere conoscenze
tecniche,tattiche,metodologiche,pedagogiche ,psicologiche,
fisiologiche, anatomiche di buon spessore che si possono apprendere
solo con un percorso formativo adeguato.
Sarebbe un guaio guardare indietro,come molti nostalgici vorrebbero.
Non dimentichiamo che i giovani di oggi sono da un punto di vista
motorio molto diversi da quelli di qualche decennio fa. In strada a
giocare a 7-12 anni non ci vanno più, per le campagne e sugli alberi
non se ne parla proprio,ma se ne stanno seduti una decina di ore al
giorno .Di conseguenza i loro schemi motori di base sono del tutto
quasi azzerati a differenza dei loro coetani di qualche anno fa che
sapevano correre,saltare,lanciare afferrare,colpire ecc con estrema
naturalezza. Allora bisogna prendere coscienza di chi si ha di
fronte che sono il "nuovo" e non vedo come sia possibile trattarlo
con gli stessi metodi che si utilizzavano 20 o più anni fa.
Il segreto sta nella
"Coscienza e Conoscenza"
e non nell'empirismo
Prof. Carmelo Lovecchio