Formazione e preparazione mentale del portiere
di Aldo Zerbini - Psicologo dello sport - FONTE : rivista “L’allenatore”

 
 

 

Quest’anno si è parlato molto dei portieri, a causa degli scambi, per gli stranieri sempre più numerosi, per gli infortuni, per le memorabili papere di alcuni. Chi ricopre questo ruolo, da un punto di vista psicologico, è soggetto in pratica, oltre che alle proprie, a tutte le emozioni che ogni compagno e il gruppo esprimono durante una partita. D’altro lato l’intensità affettiva dei suoi interventi che promana da lui verso gli altri non è inferiore. Ciò dipende da processi di identificazioni reciproci, facilitati oggi dal fatto che il portiere partecipa al gioco e gli attaccanti vanno a difendere la porta. Un tempo le separazioni tra i ruoli erano molto marcate, chi giocava in porta aveva una propria storia, di solito era quello che non ci sapeva fare e che spesso faceva il matto, o possedeva un carattere introverso. Con le nuove regole il portiere non si sente più isolato dagli altri, il suo atteggiamento ha perso quei connotati fortemente individualistici che lo sovraccaricavano di responsabilità, causando spesso l’irruzione dell’irrazionale con gli eccessi di aggressività, delle stranezze, delle assenze. Prima di addentrarci nella psicologia del portiere diamo cenno al processo formativo di chi si va a mettere tra i pali, anche per trasmettere qualche concetto ai tecnici dei settori giovanili e agli istruttori delle scuole calcio, che stanno orientando (e non assegnando) verso questo ruolo tanti fanciulli. La riflessione torna utile per chi sta oggi stabilmente in porta, e per chi lo allena, in quanto il portiere attuale non è altro che il risultato di tutte le esperienze precedenti, specialmente di quelle giovanili che rappresentano gli strati psicologici più delicati della sua personalità. Sin dall’età dei pulcini, tutti dovrebbero sperimentare che cosa significa stare in porta (piccola), un’esperienza che servirà in futuro anche per non colpevolizzare il proprio portiere quando fa qualche errore.

Nella fascia degli esordienti si potrà cominciare a vedere la predisposizione fisico-motoria del ragazzo, con riguardo alla vista che sia perfetta per ogni parametro (vicino-lontano, i tempi di reazione, i colori, le illusioni ottiche, etc). Alla psicologia interessa se il futuro portiere ha scelto di farlo o è stato forzato. Qualcuno infatti sembra sia nato per questo, mostra sin da piccolo un forte istinto alla difesa della porta, sentita come casa piena di affetti invulnerabili, vive bene il rapporto corpo-terra, non ha paura di tuffarsi. E’ l’età dell’elasticità e di una motricità versatile, che se ben esercitate costituiscono le basi per le abilità specifiche future. Ciò è favorito dal fatto che il fanciullo accetta volentieri l’istruttore (modello) e quanto gli propone di fare (“giocare”).

In pubertà la forte crescita corporea causa disarmonie che espongono il ragazzo a gesti scoordinati e goffi, dovuti anche alla facile distraibilità. Le frustrazioni incrementano la sua ansia, perde la sicurezza che aveva. In questa fase spetta all’allenatore ridargli fiducia, mantenergli una identità accettabile e non solo quella calcistica. Per chi lo guida l’obiettivo è quello di saper stabilire col proprio “portiere” una relazione comprensiva e tessergli attorno la tela del gruppo, affinchè si senta da questi pienamente accettato. Verso i 14-15 anni, il ragazzo ritrova una relativa stabilità, dopo la destabilizzazione precedente, appare più motivato, più attento, si applica nei compiti formativi specifici, ha voglia di migliorarsi. Per questo motivo chi lo allena dovrà rinforzare e sviluppare proprio questi aspetti. Nella tarda adolescenza può verificarsi un nuovo ciclo negativo, nel giovane riemergono sentimenti di insoddisfazione e di rabbia per non vedersi somigliare al suo ideale, ciò perché a questa età tende ad estremizzare le valutazioni di se stesso. L’aggressività, la forza e il coraggio in crescita, anche per le frustrazioni, vanno dal suo tecnico convogliati negli allenamenti fisici e atletici, mentre nella dimensione psicomotoria, questi elementi tornano utili per cercare di impadronirsi dello spazio dell’area di rigore; applicarsi sulle uscite e sulle mischie è anche uno sfogo positivo delle tensioni. Alla fine dell’adolescenza (in teoria intorno ai 20 anni) il giovane dovrebbe aver raggiunto un buon livello di autocontrollo emotivo, sentirsi sufficientemente realizzato nel ruolo, aver acquisito l’intelligenza del portiere. Il suo territorio, psicologico, ora si estenderà oltre l’area, per cui dovrà saper segnare il suo spazio (come fanno gli animali) con punti di riferimento, mostrare capacità di assumere posizioni sempre congrue alle situazioni, dar prova di cominciare a saper guidare i compagni di reparto ed abile nel giocare con i piedi.

Con la maturità, con lo stare in prima squadra altri elementi si aggiungono come quello di accettare di fare il secondo e quindi di avere una sana rivalità con l’altro, ed avere un buon rapporto col proprio preparatore. A questo punto di grande importanza è la psicologia del preparatore dei portieri, questi sono gli unici ad avere due guide, una specialistica ed una generale, per cui diventa cruciale come questi soggetti si coordinano, e senza fare torti a nessuno come riescono a rinforzare la motivazione di coppia. Il preparatore dovrà allenare con la stessa intensità e competenza tanto chi parte come titolare quanto chi fa il secondo, se facesse differenze seminerebbe antipatie ed invidie rovinose. Al mister spetta la chiarezza della scelta iniziale cioè chi intende dei due far scendere in campo, l’esposizione dei criteri: “gioca chi sta più in forma”; di eventuale alternanza a seconda di gare o tornei; del turnover, magari studiato sulla base dei cicli di rendimento stagionali, ma anche per attivare dinamiche psicosociali che possano alzare le prestazioni della difesa (dopo una serie di troppi goal al passivo). Al mister competono le modalità per armonizzare il portiere titolare al piccolo nucleo della “porta”, (v.l’Allenatore 1/2006) a quello di difesa e al collettivo. Pertanto mentre il preparatore lavorerà sulla psicologia individuale e di coppia, l’allenatore su quella dei gruppi. Passando brevemente alla psicologia specialistica del portiere, negli ultimi tempi si stanno affermando, in particolare negli sport individuali, varie tecniche di allenamento mentale che ogni preparatore dei portieri dovrebbe fare propria, mentre il lavoro più analitico dovrebbe essere svolto da uno psicologo qualificato.

L’allenamento psicologico per chi gioca in porta dovrà costantemente integrarsi con le esercitazioni tecnico-motorie usuali, che sono spesso così ripetitive da produrre tanta noia e scarsa motivazione. Un programma personalizzato va articolato nel modo seguente:
1) fasi di training autogeno per stabilire un buon rapporto psiche corpo o parti di esso; 2) rilassamento per fare riemergere i ricordi e le sensazioni delle prestazioni migliori, o quella che l’atleta reputa ideale. Si può fare l’ipnosi. 3) attivare un dialogo interno con se stessi, tramite parole, frasi chiave, capace di suscitare istinti e schemi motori basilari per un portiere, associandovi le emozioni congrue ai gesti ed alle situazioni in cui si inseriscono. A seguire esprimere (mettere in scena) scambi verbali significativi con i compagni di reparto. 4) allenare mentalmente lo stile attentivo e la modulazione della concentrazione ottimale di una partita vissuta in forma simulata.
In questo esercizio il portiere può farsi guidare dall’ascolto di una registrazione su cassetta, cosa che potrebbe fare anche in privato. 5) eseguire le visualizzazioni, guidate da un esperto, dei momenti critici, quelli individuati dal portiere come i più difficili da affrontare in gara, (es. i calci da fermo) o per quei gesti dove ha commesso degli errori. Questo metodo permette all’estremo difensore di avere ben stampate nella mente alternative di soluzioni efficaci. 6) rivivere lo stato di grazia, che ha caratterizzato positivamente un periodo in cui tutto scorreva bene, ogni azione fluiva spontanea e adeguata alle circostanze, ricollegando a questa sentimenti di sicurezza e di autostima, le sensibilità e le motivazioni individuali e di gruppo. L’equilibrio affettivo del portiere è esposto più di chiunque altro a polarizzazioni estreme, dalla gioia di un penalty parato, alla vergogna di una leggerezza.
D’altronde se egli non partecipasse psicologicamente alla partita non sarebbe in partita, perché gli verrebbe a mancare il tono emotivo-muscolare adeguato alle necessità e la stessa molla istintuale perderebbe quella carica che gli potrebbe far compiere il “miracolo”.
Fa parte della preparazione psicologica del portiere avere una strategia del rilassamento-recupero anche micro, perché stare sempre sulla corda potrebbe mandarlo fuori forma assai presto.
La psicologia del portiere condiziona fortemente la psicologia della “porta” e quella dell’intera difesa, il suo punto di osservazione e di seguitamento attento del “ nemico” è migliore di quello dei compagni, per cui spetta a lui sollecitare lo spirito difensivo ai vari strati e settori intervenienti.
Nel momento decisivo, quello del rigore contro, l’estremo difensore torna ad essere “solo”, ma se ha assimilati tutti gli aspetti sopra indicati: avrà fiducia in se stesso, godrà della stima dei compagni, porterà dentro le emozioni della gara, sicchè le condizioni psichiche per affrontarlo saranno quelle migliori.