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Quest’anno si è
parlato molto dei portieri, a causa degli scambi, per gli stranieri sempre
più numerosi, per gli infortuni, per le memorabili papere di alcuni. Chi
ricopre questo ruolo, da un punto di vista psicologico, è soggetto in
pratica, oltre che alle proprie, a tutte le emozioni che ogni compagno e il
gruppo esprimono durante una partita. D’altro lato l’intensità affettiva dei
suoi interventi che promana da lui verso gli altri non è inferiore. Ciò
dipende da processi di identificazioni reciproci, facilitati oggi dal fatto
che il portiere partecipa al gioco e gli attaccanti vanno a difendere la
porta. Un tempo le separazioni tra i ruoli erano molto marcate, chi giocava
in porta aveva una propria storia, di solito era quello che non ci sapeva
fare e che spesso faceva il matto, o possedeva un carattere introverso. Con
le nuove regole il portiere non si sente più isolato dagli altri, il suo
atteggiamento ha perso quei connotati fortemente individualistici che lo
sovraccaricavano di responsabilità, causando spesso l’irruzione
dell’irrazionale con gli eccessi di aggressività, delle stranezze, delle
assenze. Prima di addentrarci nella psicologia del portiere diamo cenno al
processo formativo di chi si va a mettere tra i pali, anche per trasmettere
qualche concetto ai tecnici dei settori giovanili e agli istruttori delle
scuole calcio, che stanno orientando (e non assegnando) verso questo ruolo
tanti fanciulli. La riflessione torna utile per chi sta oggi stabilmente in
porta, e per chi lo allena, in quanto il portiere attuale non è altro che il
risultato di tutte le esperienze precedenti, specialmente di quelle
giovanili che rappresentano gli strati psicologici più delicati della sua
personalità. Sin dall’età dei pulcini, tutti dovrebbero sperimentare che
cosa significa stare in porta (piccola), un’esperienza che servirà in futuro
anche per non colpevolizzare il proprio portiere quando fa qualche errore.
Nella
fascia degli esordienti si potrà cominciare a vedere la predisposizione
fisico-motoria del ragazzo, con riguardo alla vista che sia perfetta per
ogni parametro (vicino-lontano, i tempi di reazione, i colori, le illusioni
ottiche, etc). Alla psicologia interessa se il futuro portiere ha scelto di
farlo o è stato forzato. Qualcuno infatti sembra sia nato per questo, mostra
sin da piccolo un forte istinto alla difesa della porta, sentita come casa
piena di affetti invulnerabili, vive bene il rapporto corpo-terra, non ha
paura di tuffarsi. E’ l’età dell’elasticità e di una motricità versatile,
che se ben esercitate costituiscono le basi per le abilità specifiche
future. Ciò è favorito dal fatto che il fanciullo accetta volentieri
l’istruttore (modello) e quanto gli propone di fare (“giocare”).
In pubertà la forte
crescita corporea causa disarmonie che espongono il ragazzo a gesti
scoordinati e goffi, dovuti anche alla facile distraibilità. Le frustrazioni
incrementano la sua ansia, perde la sicurezza che aveva. In questa fase
spetta all’allenatore ridargli fiducia, mantenergli una identità accettabile
e non solo quella calcistica. Per chi lo guida l’obiettivo è quello di saper
stabilire col proprio “portiere” una relazione comprensiva e tessergli
attorno la tela del gruppo, affinchè si senta da questi pienamente
accettato. Verso i 14-15 anni, il ragazzo ritrova una relativa stabilità,
dopo la destabilizzazione precedente, appare più motivato, più attento, si
applica nei compiti formativi specifici, ha voglia di migliorarsi. Per
questo motivo chi lo allena dovrà rinforzare e sviluppare proprio questi
aspetti. Nella tarda adolescenza può verificarsi un nuovo ciclo negativo,
nel giovane riemergono sentimenti di insoddisfazione e di rabbia per non
vedersi somigliare al suo ideale, ciò perché a questa età tende ad
estremizzare le valutazioni di se stesso. L’aggressività, la forza e il
coraggio in crescita, anche per le frustrazioni, vanno dal suo tecnico
convogliati negli allenamenti fisici e atletici, mentre nella dimensione
psicomotoria, questi elementi tornano utili per cercare di impadronirsi
dello spazio dell’area di rigore; applicarsi sulle uscite e sulle mischie è
anche uno sfogo positivo delle tensioni. Alla fine dell’adolescenza (in
teoria intorno ai 20 anni) il giovane dovrebbe aver raggiunto un buon
livello di autocontrollo emotivo, sentirsi sufficientemente realizzato nel
ruolo, aver acquisito l’intelligenza del portiere. Il suo territorio,
psicologico, ora si estenderà oltre l’area, per cui dovrà saper segnare il
suo spazio (come fanno gli animali) con punti di riferimento, mostrare
capacità di assumere posizioni sempre congrue alle situazioni, dar prova di
cominciare a saper guidare i compagni di reparto ed abile nel giocare con i
piedi.
Con la maturità, con
lo stare in prima squadra altri elementi si aggiungono come quello di
accettare di fare il secondo e quindi di avere una sana rivalità con
l’altro, ed avere un buon rapporto col proprio preparatore. A questo punto
di grande importanza è la psicologia del preparatore dei portieri, questi
sono gli unici ad avere due guide, una specialistica ed una generale, per
cui diventa cruciale come questi soggetti si coordinano, e senza fare torti
a nessuno come riescono a rinforzare la motivazione di coppia. Il
preparatore dovrà allenare con la stessa intensità e competenza tanto chi
parte come titolare quanto chi fa il secondo, se facesse differenze
seminerebbe antipatie ed invidie rovinose. Al mister spetta la chiarezza
della scelta iniziale cioè chi intende dei due far scendere in campo,
l’esposizione dei criteri: “gioca chi sta più in forma”; di eventuale
alternanza a seconda di gare o tornei; del turnover, magari studiato sulla
base dei cicli di rendimento stagionali, ma anche per attivare dinamiche
psicosociali che possano alzare le prestazioni della difesa (dopo una serie
di troppi goal al passivo). Al mister competono le modalità per armonizzare
il portiere titolare al piccolo nucleo della “porta”, (v.l’Allenatore
1/2006) a quello di difesa e al collettivo. Pertanto mentre il preparatore
lavorerà sulla psicologia individuale e di coppia, l’allenatore su quella
dei gruppi. Passando brevemente alla psicologia specialistica del portiere,
negli ultimi tempi si stanno affermando, in particolare negli sport
individuali, varie tecniche di allenamento mentale che ogni preparatore dei
portieri dovrebbe fare propria, mentre il lavoro più analitico dovrebbe
essere svolto da uno psicologo qualificato.
L’allenamento
psicologico per chi gioca in porta dovrà costantemente integrarsi con le
esercitazioni tecnico-motorie usuali, che sono spesso così ripetitive da
produrre tanta noia e scarsa motivazione. Un programma personalizzato va
articolato nel modo seguente:
1) fasi di training
autogeno per stabilire un buon rapporto psiche corpo o parti di esso; 2)
rilassamento per fare riemergere i ricordi e le sensazioni delle prestazioni
migliori, o quella che l’atleta reputa ideale. Si può fare l’ipnosi. 3)
attivare un dialogo interno con se stessi, tramite parole, frasi chiave,
capace di suscitare istinti e schemi motori basilari per un portiere,
associandovi le emozioni congrue ai gesti ed alle situazioni in cui si
inseriscono. A seguire esprimere (mettere in scena) scambi verbali
significativi con i compagni di reparto. 4) allenare mentalmente lo stile
attentivo e la modulazione della concentrazione ottimale di una partita
vissuta in forma simulata.
In questo esercizio il
portiere può farsi guidare dall’ascolto di una registrazione su cassetta,
cosa che potrebbe fare anche in privato. 5) eseguire le visualizzazioni,
guidate da un esperto, dei momenti critici, quelli individuati dal portiere
come i più difficili da affrontare in gara, (es. i calci da fermo) o per
quei gesti dove ha commesso degli errori. Questo metodo permette all’estremo
difensore di avere ben stampate nella mente alternative di soluzioni
efficaci. 6) rivivere lo stato di grazia, che ha caratterizzato
positivamente un periodo in cui tutto scorreva bene, ogni azione fluiva
spontanea e adeguata alle circostanze, ricollegando a questa sentimenti di
sicurezza e di autostima, le sensibilità e le motivazioni individuali e di
gruppo. L’equilibrio affettivo del portiere è esposto più di chiunque altro
a polarizzazioni estreme, dalla gioia di un penalty parato, alla vergogna di
una leggerezza.
D’altronde se egli non
partecipasse psicologicamente alla partita non sarebbe in partita, perché
gli verrebbe a mancare il tono emotivo-muscolare adeguato alle necessità e
la stessa molla istintuale perderebbe quella carica che gli potrebbe far
compiere il “miracolo”.
Fa parte della
preparazione psicologica del portiere avere una strategia del
rilassamento-recupero anche micro, perché stare sempre sulla corda potrebbe
mandarlo fuori forma assai presto.
La psicologia del
portiere condiziona fortemente la psicologia della “porta” e quella
dell’intera difesa, il suo punto di osservazione e di seguitamento attento
del “ nemico” è migliore di quello dei compagni, per cui spetta a lui
sollecitare lo spirito difensivo ai vari strati e settori intervenienti.
Nel momento decisivo,
quello del rigore contro, l’estremo difensore torna ad essere “solo”, ma se
ha assimilati tutti gli aspetti sopra indicati: avrà fiducia in se stesso,
godrà della stima dei compagni, porterà dentro le emozioni della gara,
sicchè le condizioni psichiche per affrontarlo saranno quelle migliori.
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