Uno dei gesti tecnici più complessi nella interpretazione moderna del ruolo del portiere di calcio è sicuramente l’uscita alta. Essa richiede doti di coraggio e tempra fisica, oltre che di orientamento spazio-temporale, tali da consentire un rapido, efficace, tempestivo e risolutivo intervento difensivo. Difatti, poiché il portiere ha l’unicità e la possibilità di usare le mani dentro l’area di rigore, un suo tempestivo intervento con le mani in uscita alta risolverebbe numerose situazioni di pericolo in occasione delle azioni di attacco avversarie. Di contro, un mancato intervento del portiere in uscita alta, provocherebbe una sicura opportunità di realizzazione della squadra avversaria. Tratto da l'allenatore n.5 anno 2007
di Alessandro Carta
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come lanciare - quando lanciare - dove lanciare come ricevere - quando ricevere dove ricevere - come intercettare quando intercettare - dove intercettare come parare - quando parare - dove parare |
Lo svolgimento spaziale presuppone da parte dell’allievo la conoscenza di concetti topologici che gli permettono di collocarsi nello spazio rispetto agli oggetti e agli altri, fermi o in movimento: avanti/dietro, sopra/sotto, di lato, vicino/lontano, lungo/corto, largo/stretto aperto/chiuso, alto/basso, sono determinanti spaziali che aiutano l’allievo a conoscere, comprendere e padroneggiare l’ambiente. Le sequenze spaziali e temporali si succedono contemporaneamente integrandosi. Acquisire le strutture spaziali significa anche interiorizzare quelle temporali e viceversa. Questa capacità deve essere continuamente curata ed educata poiché denota lo stile motorio e i ritmi cinetici di ogni individuo, ovvero i tempi di esecuzione di ogni gesto motorio il: come - dove - quando.
Il tono della voce
Nelle uscite alte avere una adeguata capacità
di orientamento spazio-temporale consente di attaccare la palla sul punto
più alto rispetto al punto d’impatto dell’avversario, e di far propria la
sfera anticipando avversari e compagni. I compagni di squadra, in realtà, in
determinate situazioni di giuoco, potrebbero risultare anch’essi dei
potenziali elementi di disturbo, se non preventivamente avvisati negli
attimi che precedono l’uscita alta del portiere. Il portiere, tra le
numerose particolarità che lo contraddistinguono dagli altri ruoli
calcistici, ha anche la possibilità di chiamare la palla, dichiarando
preventivamente il suo intervento; ed è in tale contesto che si inserisce un
altro elemento fondamentale per la buona riuscita di un’uscita alta: il tono
della voce. Il tono della voce è lo specchio della personalità, del
carattere e del coraggio del portiere; oltre che della sicurezza,
determinazione e decisione con cui si sta per affrontare un uscita alta
composta da: corsa, pre-salto, stacco ed elevazione, giusto tono muscolare e
contrazioni isometriche per la sospensione, forza di braccia e di mani per
la presa, capacità di decontrazione ed ammortizzazione dei para-vertebrali.
La voce non deve mal celare insicurezza o
remote paure derivanti da errori tecnici precedenti, magari capitati in
altre gare ufficiali; il giusto tono della voce è quello forte, rapido e
deciso che incute timore agli avversari ed infonde sicurezza all’intero
reparto difensivo. Un giusto tono di voce utilizzato per chiamare la palla
precedentemente all’esecuzione dell’uscita alta, consente inoltre ai
compagni di reparto di proteggere il proprio portiere durante l’uscita alta,
schermandolo dall’attacco dell’avversario, il quale, peraltro, già di per sé
risulterà essere più remissivo ed intimorito dalla decisa uscita del
portiere.
Nel giovane portiere l’uscita alta non deve
rappresentare lo spauracchio dei gesti tecnici a sua disposizione; viceversa
deve risultare il gesto tecnico più semplice da disimpegnare in quanto, a
parità di stacco con l’avversario, il portiere nelle uscite alte in area di
rigore, ha la possibilità di utilizzare la lunghezza delle braccia e la
presa con le mani, ovvero 40-50 cm. in più rispetto all’avversario che
cercherà di impattare la palla con il capo.
Ma per far si che l’uscita alta non diventi lo
spauracchio dei portieri ed un elemento di disturbo nella formazione del
giovane portiere, occorre innanzitutto cambiare la cultura del nostro
pensiero calcistico, fondato principalmente sulla cultura del mero risultato
numerico di una partita di calcio e non più, ahimè anche a livello
giovanile, come aspetto di formazione della personalità del giovane allievo
di qualsiasi pratica sportiva. Il risultato sportivo ad ogni costo, vincere
il torneo, vincere il campionato, ha allontanato dal calcio giovanile veri e
propri talenti rimasti inespressi a causa delle eccessive pressioni provate
anche in un solo momento di difficoltà o di crisi d’identità. L’uscita alta
del giovane portiere è un gesto tecnico che metaforicamente rappresenta
tutto questo: la sua buona o meno buona riuscita, nel tempo, condiziona la
realizzazione del giovane portiere. In tal senso grande importanza riveste
il ruolo del preparatore specifico dei portieri, in alcuna casi vero e
proprio Personal-Trainer, Maestro non solo di Sport, unico in grado di
infondere fiducia e sicurezza al giovane portiere, unico punto di
riferimento sempre presente per il portiere, anche e soprattutto nei momenti
di difficoltà.
Il Preparatore dei Giovani Portieri deve sempre
essere ottimista ed utilizzare una giusta terminologia, non solo tecnica,
durante ogni seduta d’allenamento. Essere sempre ottimista significa saper
essere paziente, comprensivo ed intelligente, perchè chi non è paziente non
può fare l’educatore a livello giovanile. Essere un preparatore dei portieri
intelligente significa personalizzare la seduta d’allenamento all’interno
del Gruppo Portieri, significa saper individualizzare gli interventi
didattici, significa conoscere ogni sfumatura della personalità e del
carattere (nucleo centrale della personalità) di ogni singolo giovane
portiere. Essere Preparatore di Giovani Portieri, ottimisti, comprensivi ed
intelligenti significa non parlare di “limiti” ma di “margini di
miglioramento”, in quanto un limite è un qualcosa di invalicabile, mentre
soprattutto a livello giovanile bisogna necessariamente parlare di margini
di miglioramento perchè altrimenti è evidente che i limiti non sono del
giovane portiere ma dell’“impreparato” preparatore.
Per fare una buona, tempestiva e risolutiva
uscita alta, abbiamo detto che serve il coraggio.
Il coraggio è la capacità di compiere una
propria azione con decisione, presa di coscienza e responsabilità. Il
coraggio non è avventatezza, non è pazzia, come spesso in maniera malsana si
definisce il ruolo del portiere (“per essere portieri bisogna essere
pazzi!?!”); un pazzo si butta sotto un treno, un portiere si butta magari
sui piedi dell’avversario con tempismo e razionale lucidità, ma consapevole
dei rischi che comporta tale estrema decisione e fiducioso nella buona
riuscita del suo proposito.
Non aver coraggio per fare un qualcosa,
significa aver paura; avere paura significa che è successo qualcosa che ci
ha tolto il coraggio, che ha annullato la nostra autostima. Ma ciò che
toglie coraggio, che demotiva o che mette paura, non è l’errore tecnico del
giovane portiere (errare è umano e soprattutto quando si è giovani
sbagliando s’impara). Gli errori tecnici si fanno per non essere più
commessi, l’errore tecnico del giovane portiere è motivo e momento di
crescita indispensabile per la formazione del giovane portiere; si può
sbagliare, anche più di una volta, certo magari non sempre lo stesso gesto
tecnico (errare è umano ma perseverare è diabolico!), l’importante è
sbagliare sempre meno, ridurre la percentuale di errori tecnici attraverso
delle adeguate correzioni applicative. Gli errori tecnici sono tappe di vita
fondamentali per la formazione di un giovane portiere, tutto sta a saper
sdrammatizzare ed a saper cogliere in maniera adeguata il momento di
crescita e l’opportunità di miglioramento che ci si presenta in tali
occasioni. Ad esempio un sano rimbrotto al momento opportuno fa sempre bene;
è che spesso gli allenatori, accecati dalla sete di successi e
gratificazioni personali, accusano il giovane portiere addebitandogli ogni
segnatura avversaria ed additandolo ad unico responsabile della sconfitta
(“abbiamo attaccato solo noi, loro un tiro un goal!” – “dammi retta: cambia
ruolo!”), provocando delle reazioni a catena e danni incalcolabili che
ricadono sulle spalle magari di un ragazzino di 13/14 anni (perdita di stima
da parte dei compagni di squadra, ma soprattutto, ben più grave, perdita di
autostima, demotivazioni e perdita di passione); ecco perché poi nel giovane
portiere subentrano le insicurezze, le indecisioni e le paure. Il giovane
portiere deve letteralmente essere lasciato crescere in pace, deve sentire
la fiducia dell’ambiente in cui pratica lo sport ed il ruolo che
autonomamente ha scelto di praticare ed ha amato fin da bambino; deve avere
la possibilità di poter sbagliare, perchè l’errore tecnico o di
comportamento tattico, è un’opportunità di crescita comune tanto al giovane
portiere, quanto al preparatore dei portieri e soprattutto all’allenatore
della squadra di riferimento.
Soluzioni tecnico-tattiche
Affinché l’uscita alta, da spauracchio per il
giovane portiere diventi semplice gesto tecnico, ovvero comune o addirittura
più facile degli altri componenti l’intero repertorio tecnico del portiere
completo, occorre principalmente:
1°:
rendere il gesto il più possibile abituale ed allenarlo ad ogni seduta
d’allenamento, tanto nel lavoro specifico con il preparatore dei portieri,
quanto nel tecnico-tattico di squadra ed in situazione di giuoco con lo
schieramento del reparto difensivo in ragione degli attacchi avversari;
2°:
esercitarlo in situazioni reali di giuoco, ovvero, fatta salva la prima fase
di condizionamento e di percorso propedeutico, calciando (e non lanciando
con le mani) svariate parabole da tutte le posizioni al limite dell’area,
con diverse soluzioni didattiche (attacco a zone predefinite e delimitate
definendole numericamente o con zone colorate, simulazione passiva ed attiva
degli attacchi avversari, utilizzando in area da attaccanti anche gli altri
portieri);
3°:
esercitare le uscite alte mai fine a se stesse, ma sempre con la successiva
elaborazione in chiave tattica; ovvero abbinando alla presa in uscita alta
le naturali combinazioni utili per la ripartenze d’attacco della propria
squadra (quando entra in possesso di palla il portiere è il primo attaccante
della propria squadra): rilanci con le mani, rinvii con i piedi in chiave
tattica ed in zone prestabilite;
4°:
mantenere e preservare l’aspetto ludico e divertente nell’esercitare le
uscite, inserendo, soprattutto a livello giovanile, dei giochi a tema o a
confronto con obiettivo centrale la presa in uscita alta (ad esempio: due
contro due in porte contrapposte e distanti 16 m. palla alta contesa in
uscita alta e successiva possibilità di realizzazione da parte del compagno
di squadra del portiere che ha preso la palla).
Consigli didattici e
pedagogici
Per
evitare che il giovane portiere si blocchi completamente in occasione di
situazioni di giuoco in cui è richiesto ed è indispensabile un suo
intervento in uscita alta, si consiglia di:
1°:
cambiare terminologia, linguaggio, tono di voce, luogo e tempo in cui si
ritiene opportuno dargli dei consigli tecnici o tattici;
2°:
tramutare il significato di “limite tecnico” in quello decisamente più
ottimistico di: “margine di miglioramento”;
3°:
avere pazienza, comprensione ed incoraggiare sempre il giovane portiere;
4°:
invogliare con esercitazione ludiche e divertenti i ragazzi che intendono
svolgere il ruolo del portiere (la percentuale dei portieri nelle Scuole
Calcio anche di società professionistiche è scesa al di sotto del 5% degli
iscritti totali), curando l’anti-infortustica e lasciando il gruppo portieri
“aperto” a nuovi iscritti in qualsiasi momento della stagione calcistica;
5°:
aiutarli a divenire dei leader all’interno del gruppo della squadra di
riferimento, tutelandoli e senza mai denigrarli o incolparli per una
segnatura subita
Interessi economici e globalizzazione
La presunta crisi del ruolo del portiere in
Italia è falsa in quanto la scuola di portieri italiana, assieme a quella
francese, è la migliore al mondo in quanto racchiude la praticità e l’amore
per lo stile e la perfezione che è caratteristica di ogni arte italiana.
I motivi per cui in Italia arrivano sempre più
portieri stranieri, non sono da ricercare in una improvvisa regressione
della qualità dello scuola o perché mancano pochi talenti, ma in quanto gli
interessi economici ed i mercati aperti hanno portato la globalizzazione
anche nel calcio. In tale contesto i portieri stranieri venuti in Italia,
soprattutto i sudamericani (ad esempio i brasiliani: Taffarel, Dida, Doni,
Rubino, Zappino), essendo dotati di un patrimonio genetico particolarmente
adatto al ruolo del portiere (capacità coordinative elevate, agilità,
reattività, elasticità muscolare, ma anche maggiore serenità interiore e
capacità di sdrammatizzazione), hanno beneficiato del livello tecnico
elevato della scuola portieri italiana. Peraltro lo stesso Frey (grande
portiere e talento di scuola francese), in realtà è venuto in Italia
giovanissimo (aveva 17 anni) ed ha beneficiato all’Inter della grande
esperienza e capacità di un nostro grande ex portiere della Nazionale
Italiana (Giaguaro Luciano Castellini). A mio avviso, i portieri migliori
sono sempre quelli italiani, mentre quelli stranieri che giocano in Italia
sono sicuramente portieri bravissimi, ma lo sono diventati grazie alla
cultura della scuola portieri italiana.
Pressioni
psicologiche
Le pressioni psicologiche sono le principali
componenti condizionanti la buona riuscita di un giovane portiere a livello
professionistico. Nella mia ancora breve carriera di preparatore dei
portieri, collaborando con società professionistiche come Cagliari,
Lodigiani e Lazio, ho avuto la fortuna di vedere esordire in serie A diversi
miei ex-allievi. Nel rileggere le schede tecniche dei ragazzi a mia
disposizione negli anni ho sempre notato che a parità di livello tecnico è
sempre stata la personalità, o meglio l’adattamento della personalità al
ruolo del portiere, che ha fatto la differenza ed ha avuto un peso specifico
per la realizzazione dei miei allievi a livello professionistico. Ho spesso
notato e distinto il portiere d’allenamento da quello da gara; ovvero, il
portiere in grado di disimpegnarsi in gara con la stessa tranquillità con
cui affrontava ogni seduta d’allenamento (portiere da gara) ed i portieri
che, male incanalando gli aspetti emotivi, si facevano condizionare ed
emozionare eccessivamente, a tal punto da bloccarsi completamente, non
riuscendo ad esprimere nelle gare ufficiali tutto il loro reale valore
tecnico dimostrato negli allenamenti specifici (portiere d’allenamento).
Ovvero, purtroppo, non sempre vi è corrispondenza tra il lavoro proposto e
la sua possibilità di realizzazione da parte di ogni allievo. La scuola
portieri così come la scuola calcio, non è una fabbrica di cioccolatini dove
vi è la possibilità di far uscire dei prodotti tutti uguali; in realtà, pur
proponendo la medesima seduta d’allenamento a più allievi, i risultati
possono essere differenti a seconda del patrimonio genetico di ogni allievo
(ad esempio peso e altezza, forza - resistenza - velocità, capacità
coordinative differenti, flessibilità più o meno disponibile), così come a
seconda dell’influenza dell’ambiente (personalità, carattere, sfera
affettiva, famiglia, scuola), con differenti risultanze nelle interazioni
funzionali che coinvolgono la Psico-Motricità:
• Funzioni Cognitive - Funzioni Organiche
(biologiche e motorie) - Funzioni Sociali - Funzioni Affettive ed Emotive.
Peraltro è anche possibile raggiungere degli ottimi risultati di
impostazione tecnica comune a tutti i portieria disposizione, ma non tutti
saranno in grado di esprimere le proprie conoscenze e, magari condizionati
da fattori emotivi e da poco coraggio, non tutti sono in gradodi metterle in
atto nelle gare ufficiali “l’essenza
della conoscenza, per chi ne dispone, è di saperla usare!”
Ma le pressioni psicologiche da cosa derivano?
paure inconsce, paure
imposte. aspettative deluse.
Le paure inconsce possono derivare da qualsiasi
episodio, anche infantile, che inconsciamente fuoriescono condizionando
negativamente la libera espressione di ogni nostro atteggiamento, in
particolar modo quando siamo chiamati a prendere con coraggio e decisione
delle iniziative che presuppongono una capacità decisionale.
Le paure imposte sono quelle imposte dagli
altri o in generale dall’ambiente esterno in cui viviamo. Nel caso specifico
dell’ambiente calcistico, le paure imposte possono derivare da rimbrotti
eccessivi in pubblico o con modi e tempi inadeguati, tali da demotivare
l’atleta ed azzerare la propria autostima (“il tuo vero “io” è quello che tu
sei non quello che gli altri hanno fatto di te!”).
Le aspettative deluse sono quelle che derivano
dalla sfera affettiva (genitori troppo presenti ed invadenti, non rispettosi
dei ruoli) e che possono creare, non volendo, ansie da prestazione ed
eccessivo patos al momento della pratica sportiva ufficiale.
Ma le pressioni psicologiche possono derivare
anche dai mass-media omnipresenti anche a livello locale e giovanile, con
pubblicazione di articoli nei quali si fanno continui riferimenti ai
parametri di valutazione propri del mondo del calcio adulto e con commenti
ed articoli, anche quotidiani, sempre eccessivamente critici ed inopportuni
(vedi pagelle con voti insufficienti anche nelle categorie Esordienti o
chiacchiere di calcio-mercato giovanile).
Scarico di responsabilità
Lo scarico di responsabilità altro non è che
l’incapacità dei giovani di oggi di assumere ruoli di responsabilità in
qualsiasi ambiente di lavoro. Il ruolo del portiere è un ruolo pieno di
responsabilità con poche soddisfazioni personali e con molte colpe da
assumersi sulle proprie spalle. Dispiace dirlo ma spesso sono proprio i
genitori, a sconsigliare i propri figli che esprimono la volontà di fare il
portiere a scuola calcio: “va bene fai calcio, ma non il portiere perché ti
fai male e poi perché se prendi goal se la prendono tutti con te se la tua
squadra perde!”. Mi è capitato, quando ho ricoperto il ruolo di responsabile
del Gruppo Portieri della Scuola Calcio del Centro Federale dell’Acquacetosa
a Roma, di sentire delle mamme che mi dicevano che non volevano che il loro
figlio facesse il portiere perché “già è cicciotello e se fa il portiere non
si muove ed ingrassa di più!”, non sapendo che una sana seduta specifica di
preparazione del portiere fa consumare il doppio delle calorie degli altri
ruoli; un portiere di calcio adulto durante una partita, anche se non
impegnato, può perdere sino a 2 kg. per la tensione emotiva!
Conclusioni
Il ruolo del portiere è un ruolo di
responsabilità che presuppone una personalità con spiccata attitudine ad
avere:
capacità decisionali,
capacità di assumersi responsabilità, capacità di comando.
ma soprattutto: coraggio… “il coraggio fa
sempre vincere” (anche se solo
con sé stessi).
* Prof. Alessandro Carta
Coordinatore Preparatori Portieri S.S. Lazio Calcio